Domenica, 02 Ott 2022
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Arcidiaconato del Cadore ideato da MBove
Dal bollettino di Lozzo

TESTIMONI E PROFETI.
CONVERTIRE I NOSTRI OCCHI A GESÙ PER UMANIZZARE IL MONDO
di don Armando Matteo Sotto-segretario aggiunto alla Congr. per la dottrina della fede (2^ parte)
Amare, del resto, indica esattamente l’accoglienza dell’altro nella sua differenza ed il lasciarsi accogliere da altri nella propria differenza, sapendo appunto che anche l’altro è indirizzato fondamentalmente a Dio, e che è da Lui, non da noi, che potrà ricevere la garanzia essenziale circa la bontà della sua vita che sola gli farà benedire il suo stare al mondo.
La prima forma di testimonianza, allora, che i cristiani sono chiamati a esprimere, vivendola ovviamente, è esattamente questa della loro fede in un Dio che è padre: che è padre di ciascuno e perciò di tutti; che è padre e dunque radice ultima della comune umanità che stringe tutti in un medesimo destino di vita buona; che è padre e dunque garanzia assoluta che nessuno è mai lasciato
in balia del male. L’amore tra gli umani trova perciò il suo sostegno e la sua garanzia nell’amore che ciascuno e ciascuna saprà riconoscere a colui che Gesù ci ha mostrato essere il Padre di tutti.
Possiamo fare sempre meglio
Alla prima fondante e fondamentale conversione dello sguardo in cui principalmente consiste la fede cristiana, quella rivolta al riconoscimento della paternità di Dio, sull’esempio e in grazia di Gesù, ne segue una seconda: quella che comporta un modo diverso di vedere il mondo.
È essenziale, per il pensiero e per la prassi cristiana, guardare al mondo non solo nella sua data fattualità ma anche nella sua possibilità, non solo dunque per ciò che è ma anche per ciò che può diventare: soprattutto quel “mondo” che è il risultato delle mille relazioni tra gli umani, del confluire delle loro libertà e dei loro desideri.
Per Gesù la “salvezza” del mondo passa attraverso l’impegno per la costruzione del regno. E, nella sua vicenda storica, Gesù scommette tutto su tale opportunità di un mondo sempre più umano: si compromette sino in fondo con essa e alla sua luce giudica le istituzioni, civili e religiose del proprio tempo: contesta l’autorità religiosa e quella romana, perché, sulla base della loro teologia politica, fissano in uno status
definito e definitivo gli esseri umani e li privano di qualsivoglia margine di miglioramento.
Il potere, quando non è vissuto come corresponsabilità e servizio, ma come dominio e conquista non può che tendere a mantenere in un rigido ordine la situazione di tutti coloro che ricadono sotto il suo raggio d’azione: ha bisogno di uno sguardo d’insieme che fissa e delimita, che struttura ogni movimento e riduce
gli spazi di libera invenzione dei singoli, che inventa il mito del nemico e
dello straniero e giustifica il ricorso alle leggi e alle istituzioni della forza per dare forza alle sue leggi e alle sue istituzioni.

In siffatto articolato complesso di violenza e di ingiustizia, di abusi e di ricatti, il Maestro di Nazaret inaugura una nuova fraternità e sororità tra gli uomini e le donne della terra: una fraternità e sororità che non derivano più da Caino il loro patrocinio, ma dalla consolante notizia che dinanzi al cuore di Dio ognuno di noi vale molto più di quanto dice la vulgata politica: vale sino all’impensato di una conoscenza – da parte di Colui che Gesù autorizza a nominare padre – del numero dei capelli che ha in capo!
Qui si radica il senso ed il compito dei credenti di ogni tempo: testimoniare ed essere profetici annunciatori che altri – ed in linea di principio tutti – possono ancora oggi incontrare il maestro di Galilea dentro le pagine del libro
santo dell’Evangelo e venire aggregati a coloro che non si stancano di ascoltare il sogno del giovane rabbì: il sogno del regno di Dio, appunto. Il sogno di un mondo sempre più umano. E questo lo compiono anche con la testimonianza concreta di ciò che Enzo Bianchi ci ha insegnato – diversi anni fa – a nominare come la differenza cristiana: «la comunità cristiana è chiamata a vivere una differenza nella qualità delle relazioni, divenendo quella comunità alternativa che [...] esprima la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco. È la “differenza” cristiana, una differenza che chiede oggi alle chiese di saper dare forma visibile e vivibile a comunità plasmate dal vangelo». I cristiani, pertanto, saranno veramente testimoni e profeti nel nostro tempo, nella misura in cui si impegneranno a dare generosamente forma a comunità che respirino e lascino respirare il profumo liberante e consolante del Vangelo, profondamente attraversate dall’interesse verso il Regno piuttosto che all’autopromozione e autoconservazione.
È il profilo di una comunità che – argomenta bene Pierangelo Sequeri – «distribuisce una rete di alleanze monastiche e familiari che interferiscono e neutralizzano, con totale nonchalance i giochi seduttivi delle potenze mondane [...].
Genera vite parallele, confonde le telecamere, coordina i disillusi e protegge i dimenticati. Edifica mille piccole arche ogni giorno ed insegna a sorridere della torre di Babele almeno una volta alla settimana».
Per fedeltà a tale missione, allora, i cristiani si mantengono saggiamente estranei sia ad una forma di settarismo che li allontanerebbe da ogni presenza significativa nello spazio pubblico e rischierebbe di rendere astratta la loro istanza profetica, sia ad una forma di sovrapposizione, di integrazione dei due piani, il sociale e il religioso, che certamente amplierebbe il raggio della loro presenza pubblica ma al prezzo di sacrificare totalmente lagno di Dio oggettivamente possiede rispetto ad ogni governo del mondo.
Viene cioè loro richiesta una grande fedeltà a quella già citata differenza cristiana, la quale si connota essenzialmente come la fiducia e l’impegno a realizzare un mondo altrimenti configurato rispetto a quanto già dato: un mondo realizzato secondo uno stile di generosa accoglienza degli altri, di mite proposizione di se stessi,
di ragionata ricerca del bene comune, di totale attenzione alla costruzione della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato: «La differenza cristiana diviene così stimolo e fermento nella società perché ogni parola e gesto profetico hanno ricadute sulla compagine sociale».
Cittadini della patria futura
La terza conversione dello sguardo, in cui si realizza ogni autentica esperienza di fede cristiana e che sostanzia la testimonianza e la profezia dei battezzati, ha a che fare con l’immagine che il soggetto umano ha di sé stesso. Si tratta di imparare a vedere il proprio essere umani con gli occhi di Gesù. (continua)

passione per il Vangelo e un rinnovato amore per coloro che vivono nelle periferie esistenziali e di povertà in cui oggi è impellente davvero una parola di risurrezione. Papa Francesco, invitando a cominciare il percorso sinodale, ha richiamato il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 in cui chiedeva di declinare nel concreto l’Evangelii gaudium. Cambiare si può? L’Evangelii gaudium è davvero una “bomba”. Se solo la lasciassimo di più agire, ci farebbe compiere un enorme salto di qualità nell’avviare quella trasformazione di mentalità pastorale di cui c’è bisogno. Il messaggio è netto: in Italia ma non solo, servono parrocchie capaci di accettare la fine della cristianità e l’entrata in un Brusaferro (ISS): le tre cose che un uomo di fede fa in tempo di Covid Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 26/08/21 Il presidente dell’Is�tuto superiore di Sanità è credente. Ma raramente si esprime su ques� temi Silvio Brusaferro, presidente dell’Is�tuto superiore di Sanità è credente ma del suo rapporto con la fede parla raramente. Anche per il ruolo che ricopre. Si è trovato a ves�re, infa�, i non certo comodi panni di portavoce del Comitato tecnico-scien�fico (Cts) dentro la bufera del Covid-19. Una “chiamata” «Non amo sbandierarla, ma neppure la nascondo – dice ad Avvenire (22 agosto) – Credo che ognuno di noi nella propria vita sia chiamato a svolgere ruoli, anche impegna�vi e talora del tutto impensabili, per i quali cerchiamo di essere pron� e adegua�. È quello che è successo a me: una “chiamata”». I talen� da far fru�are e l’a�enzione agli altri Un secondo conce�o chiave, che Brusaferro me�e in relazione alla fede, «sono i propri talen�, tan� o pochi: sappiamo di dover me�ere ogni sforzo per farli fru�are al meglio, nel mio caso far sì, tra l’altro, che il metodo scien�fico suppor� le decisioni necessarie. Infine, l’a�enzione agli altri: siamo inseri� in una comunità, un valore che dev’essere sempre presente». La prossimità Secondo il presidente dell’Is�tuto superiore di Sanità una delle lezioni della pandemia è che l’organizzazione sociale, come quella sanitaria, debbano tener presente che, in un tempo difficile come quello della pandemia, le relazioni personali sono occasioni preziose di salute. Alla mala�a e alla sofferenza, accanto a quella tecnico-scien�fica, va data anche una risposta di prossimità». Una persona fragile, dice Brusaferro, «ha bisogno di una rete di suppor� relazionali e sociali. Creare re� di re� di relazione, sviluppare le cure primarie vicino al ci�adino, sono forme di prossimità, a par�re dal nostro s�le di vita». Una salute più forte Una risposta, insomma, alle spinte individualis�che. «La pandemia – conclude – ha mol�plicato e reso eviden� le ricadute nega�ve della solitudine, tema ben presente anche prima del Covid. La rete sociale, la comunità, i servizi di prossimità rinforzano la salute delle persone. C’è un beneficio, già noto, che ora è evidente a tu�». profondo cambiamento d’epoca. Servono parrocchie che non temono la creatività e l’immaginazione, che vivano intensamente la “mistica della fraternita”, che custodiscano la prossimità con i poveri e che sappiano, quando è il caso, anche dare fastidio. Penso in particolare alle questioni legate alla giustizia intergenerazionale e alla latitanza educativa degli adulti. Ma soprattutto servono parrocchie abitate da credenti “feriti” dallo sguardo d’amore di Gesù. Lei parla di una pastorale schizofrenica... Negli ultimi anni ho avuto la grazia di visitare molte realtà del Paese. E non c’è posto dove non abbia potuto constatare il desiderio, da parte degli operatori pastorali, di un qualche cambiamento: per esempio a proposito della Cresima o della pastorale rivolta ai giovani. Emerge il desiderio di vivere un’esperienza ecclesiale più ricca e più aperta a tutte le fasce di età e non solo come è ora appannaggio di chi è più avanti con gli anni. II punto problematico, però, è dato dal fatto che gli stessi operatori pensano di realizzare questi desideri senza cambiare minimamente le cose che si fanno da decenni. Dalle quali dipendono, in qualche misura, le frustrazioni attuali. (Continua)