Venerdì, 14 Dic 2018
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Lettera del Vescovo

Alle Comunità cristiane della Diocesi

Ai Cittadini della provincia di Belluno

Incoraggiamento e gratitudine in questi giorni difficili
Sì, è stato davvero incredibile quello che si è scatenato in particolare nel pomeriggio e sera di lunedì scorso
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Come conservare la fede quando

la Chiesa è colpita da gravi scandali

lettura e meditazione importante link



La lettera del giorno: "Caro Monsignor Viganò, ecco il pensiero di un parroco sardo"

Pubblichiamo oggi la lettera aperta di don Francesco Murana, Parroco di Milis, a monsignor Carlo Maria Viganò.

"Egregia Eminenza,

le scrivo dalle pagine di un giornale "di periferia"; quelle periferie tanto amate sia dal Signore (cresciuto a Nazareth, al suo tempo paesino di montagna) sia dall'attuale Pontefice, Papa Francesco.

Chi le scrive è un prete che ha studiato a Roma e che ha avuto molte possibilità di trovare uno spazio "comodo e adeguato" per imboscarsi in uno dei tanti uffici e dicasteri che l'enorme apparato della Curia Romana offre.

Ma ho scelto, già dal 1986, di andare nelle periferie della Sardegna, tagliandomi così le gambe ad ogni possibile "carriera".

Se il Signore vuole altro da me, inventerà Lui le strade perché io faccia altro e altrove.

In questi anni che sono trascorsi (32!) ho visto accadere di tutto dentro il clero. Sono rimasto fermo e zitto al mio posto cercando di dare. Ho gioito e gioisco perché abbiamo un Papa come Francesco.

È veramente umano e non è ipocrita (in senso greco! Non è attore, non recita il ruolo). È se stesso e - per quanto è sincero - talvolta scivola in linguaggi da parroco e - visto che io parroco lo sono - mi sento meno solo.

Lo sento vicino.

Invece, a Lei, la sento lontano.

A parte che dovrebbe accontentarsi di essere arrivato a settantasette anni e di aver fatto una vita più che comoda e riverita... Le chiedo: cosa vuole ancora? Io sono prete di campagna per scelta, ma crede davvero che non sia capace di vedere nelle sue accuse a Papa Francesco altri motivi ed altre intenzioni?

Lei accusa Papa Francesco di silenzio.

Ma si rende conto che Lei può essere accusato della stessa accusa, visto che si sveglia dopo cinque anni? Visto che ha dormito per cinque anni, nelle prossime undici pagine ci racconta di cosa ha sognato? Si vergogni.

Davanti a tutti noi preti che sputiamo sangue ogni giorno, in solitudine: voi giocate a fare i prelati, serviti e riveriti in tutto.

Così viziati di potere che non vedete altro, corrosi di gelosia per il troppo tempo a disposizione, mai sazi del ricevuto e sempre a guardare "i posti che contano" occupati dagli altri.

Son sicuro che Papa Francesco è capace di friggere un uovo e lavarsi i calzini da solo.

Di Lei no; di Lei ho solo la certezza che pur di cavalcare un suo capriccio fatto "per il bene della Chiesa" è capace di rivangare letame altrui.

Io sono nella Chiesa: cosa ha fatto Lei di bene per me e per i parrocchiani con cui vivo? Niente. In lingua sarda, Lei è un "imboddiosu": uno che prende una matassa che non è sua e fa nodi al filo; costringendo così la filatrice a perdere tempo nello scioglierli per continuare a tessere...

Il lavoro andrà avanti, ma avremo perso tempo grazie all'imboddiosu di turno.

Grazie a Lei abbiamo perso - per l'ennesima volta - faccia e tempo.

Guardando Lei mi voglio altro e altrove".

Don Francesco Murana, Parroco di Milis, Diocesi di Oristano

 

Testo da  http://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2018/08/29/la-lettera-del-giorno-caro-monsignor-vigan-ecco-il-pensiero-di-un-127-764296.html

Lettura del Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo 24,42-51
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà. 
Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! In verità vi dico: gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni. 
Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l’aspetta e nell’ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti”.
3) Riflessione
• Il vangelo di oggi parla della venuta del Signore alla fine dei tempi e ci esorta alla vigilanza. All’epoca dei primi cristiani, molte persone pensavano che la fine di questo mondo era vicina e che Gesù sarebbe ritornato dopo. Oggi molte persone pensano che la fine del mondo è vicina. Per questo, è bene riflettere sul significato della vigilanza.
• Matteo 24,42: Vigilanza. “Quindi, vegliate! Perché non sapete quando il Signore vostro verrà”. Riguardo al giorno e all’ora della fine del mondo, Gesù aveva detto: "Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre!" (Mc 13,32). Oggi, molta gente vive preoccupata pensando alla fine del mondo. Per le strade delle città, hai visto scritto sui muri: Gesù ritornerà! E come sarà questa venuta? Dopo l’anno 1000, appoggiandosi all’Apocalisse di Giovanni, la gente cominciò a dire (Apoc 20,7): “1000 anni sono passati, ma 2000 anni non passeranno!” Per questo, nella misura in cui si avvicinava l’anno 2000, molti erano preoccupati. C’era perfino gente che, angosciata con la prossimità della fine del mondo, giunse a commettere il suicidio. Altri, leggendo l’Apocalisse di Giovanni, giunsero a predire l’ora esatta della fine. Ma l’anno 2000 passò e nulla avvenne. La fine del mondo non giunse! Molte volte, l’affermazione “Gesù ritornerà” viene usata per fare paura alla gente ed obbligarla a frequentare una determinata chiesa! Altri, di tanto sperare e speculare attorno alla venuta di Gesù, non si rendono più conto della sua presenza in mezzo a noi, nelle cose più comuni della vita, nei fatti di ogni giorno.
• La stessa problematica c’era nelle comunità cristiane dei primi secoli. Molte persone delle comunità dicevano che la fine di questo mondo era vicina e che Gesù sarebbe ritornato. Alcuni della comunità di Tessalonica in Grecia, appoggiandosi alla predicazione di Paolo, dicevano: “Gesù ritornerà!” (1 Tes 4,13-18; 2 Tes 2,2). Per questo, c’erano perfino persone che non lavoravano più, perché pensavano che la venuta fosse cosa di pochi giorni e settimane “Lavorare, perché, se Gesù ritornerà dopo?” (cf 2Ts 3,11). Paolo risponde che non era così semplice come loro immaginavano. E a coloro che avevano smesso di lavorare diceva: “Chi non vuole lavorare, non ha diritto di mangiare!” Altri rimanevano a guardare il cielo, aspettando il ritorno di Gesù sulle nuvole (cf At 1,11). Altri si ribellavano perché ritardava la sua venuta (2Pd 3,4-9). In generale i cristiani vivevano nell’aspettativa della venuta imminente di Gesù. Gesù veniva a realizzare il Giudizio Finale per terminare con la storia ingiusta di questo mondo ed inaugurare la nuova fase della storia, la fase definitiva del Nuovo Cielo e della Nuova Terra. Pensavano che questo sarebbe avvenuto dopo una o due generazioni. Molte persone sarebbero state ancora vive quando Gesù fosse apparso di nuovo, glorioso nel cielo (1Ts 4,16-17; Mc 9,1). Altri, stanchi di aspettare, dicevano: “Non tornerà mai! (2 Pd 3,4).
• Fino ad oggi la venuta di Gesù ancora non è avvenuta! Come capire questo ritardo? Perché non ci rendiamo conto che Gesù è già tornato e che vive in mezzo a noi: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo." (Mt 28,20). Lui è già al nostro fianco, nella lotta a favore della giustizia, della pace, della vita. La pienezza non è ancora giunta, ma una garanzia del Regno è già in mezzo a noi. Per questo, aspettiamo con ferma speranza la liberazione piena dell’umanità e della natura (Rm 8,22-25). E mentre speriamo e lottiamo, diciamo con certezza: “Già sta in mezzo a noi!” (Mt 25,40).
• Matteo 24,43-51: L’esempio del padrone di casa e dei suoi servi. “Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa”. Gesù lo dice chiaramente. Nessuno sa nulla rispetto all’ora: "Quanto a questo giorno e a questa ora, nessuno sa nulla, né gli angeli, né il Figlio, ma solamente il Padre!" Ciò che importa non è sapere l’ora della fine di questo mondo, bensì avere uno sguardo capace di percepire la venuta di Gesù già presente in mezzo a noi nella persona del povero (cf Mt 25,40) e in tanti altri modi ed avvenimenti della vita di ogni giorno. Ciò che importa è aprire gli occhi ed aver presente l’impegno del buon servo di cui Gesù parla nella parabola.
Da http://ocarm.org/it/content/lectio/lectio-divina-matteo-2442-51

 

Il caso Minutella: il populismo dentro la Chiesa

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo.

Scrittore ed Editorialista.

Si parla di solito del populismo come di una minaccia per la democrazia. Il caso Minutella dimostra che esso può diventare pericoloso anche per l’istituzione ecclesiastica, riproducendo all’interno della comunità cristiana i processi tipici che lo caratterizzano: pretesa di saltare tutte le mediazioni, disprezzo per le critiche avanzate in nome della ragione e dell’esperienza, sospetto sistematico di malafede nei confronti degli oppositori. Unica differenza, rispetto al populismo politico, che questo ecclesiale non contesta il presente in nome del futuro, ma in nome del passato. In entrambi i casi, però, ciò che viene enfatizzata è l’urgenza del “cambiamento” rispetto all’esistente. Di questo fenomeno ci sono naturalmente altri esempi nella storia della Chiesa (come in quella della società civile). Oggi esso si incarna nel movimento a cui ha dato origine qualche anno fa un sacerdote palermitano, poco più che quarantenne, don Alessandro Minutella. Parroco della chiesa di San Giovanni Bosco, a Romagnolo, alla periferia di Palermo, il sacerdote ha assunto una posizione di drastica rottura con la Chiesa istituzionale, entro cui pure si inseriva e da cui riceveva la sua autorità spirituale (il parroco esiste perché esiste il vescovo, di cui egli è un collaboratore, nel quadro della Chiesa universale governata dal papa). Don Minutella non ha solo delle riserve sul mons. Lorefice, arcivescovo di Palermo, e su papa Francesco: li considera eretici e indegni di esercitare il loro ruolo di pastori. In realtà è tutta la gerarchia ecclesiastica che, secondo lui rappresenta una «falsa Chiesa», con l’unica eccezione di papa Benedetto XVI, le cui dimissioni egli sostiene essere state il frutto di un complotto della massoneria, con lo scopo di instaurare quel «falso papa» che è Bergoglio. L’accusa è motivata in primo luogo dalla linea di apertura che il magistero attuale ha assunto nei confronti dei protestanti, dei seguaci di altre religioni, dei gay, dei separati risposati, insomma di tutti coloro che un tempo venivano considerati “fuori” della comunità ecclesiale suoi nemici, e verso cui invece la Chiesa oggi assume un atteggiamento di dialogo e di apertura. Il documento più spesso citato come esempio di questa abdicazione alla «sana dottrina» è l’Amoris Laetitia. Più in generale, secondo don Minutella, è la pastorale attuale nel suo complesso ad essere viziata da un sistematico misconoscimento della spiritualità tradizionale. Papa, vescovi, preti, oggi, sono autori di una grande «impostura», che trascina alla perdizione i loro fedeli.Il vescovo Lorefice, sia per temperamento che per convinzione poco incline alle misure repressive, ha cercato per prima cosa un dialogo costruttivo, invitando il suo sacerdote a insistere soprattutto sul giusto richiamo alla preghiera e al senso del sacro, lasciando cadere l’accusa di eresia e di corruzione verso i suoi superiori e i suoi confratelli. Lo sforzo di intesa però è fallito, perché don Minutella ritiene di avere la missione di denunciare l’«impostura» di cui la «falsa Chiesa» oggi sarebbe l’emblema. Nella vicenda di padre Minutella vi è, tuttavia, qualcosa di più inquietante di queste accuse. È la sua pretesa di avere esperienze mistiche straordinarie che gli consentono non solo di parlare a nome della Madonna e di padre Pio, ma di identificarsi con loro. Ho visto personalmente un video ( https: //www.youtube.com/watch?v=NpMyNumevoo ), in cui il prete contestatore parla ai suoi seguaci. «Io sono padre Pio», dice. E lo ripete altre due volte, con forza: «Io sono padre Pio». Su questa premessa, dopo una serie di considerazioni riguardanti la situazione disastrosa del mondo e della Chiesa di oggi, prosegue parlando, in terza persona, di se stesso come di un «povero confratello» che padre Pio raccomanda ai fedeli di accogliere e di sostenere nella sua battaglia contro i massoni. A un certo punto chi parla (sempre Minutella, ma nella identità di padre Pio) dice ai fedeli: «Adesso io vado, perché sta arrivando la Madonna. Al posto vostro mi metterei in ginocchio». Si vedono i fedeli inginocchiarsi e lui comincia a parlare in falsetto, imitando (per la verità a fatica) una voce femminile, che sarebbe, appunto quella di Maria. Ella supplica il suo Figlio di non punire il mondo come meriterebbe, dato il dilagare dei peccati, e di proteggere, dice, «questo povero mio figlio», questo «mio martire» (che è sempre lo stesso Minutella). «Attraverso lui», afferma la Madonna/Minutella, «Dio ha deciso di rivolgersi a tutti voi» e per questo «i massoni si accaniranno contro di lui» e «sarà perseguitato». E conclude: «Vi benedico insieme a padre Pio che mi ha accompagnato». Che dire? Siamo davanti a una scena che richiama un binomio da me evocato, in altri “chiaroscuri” a proposito del populismo in campo politico: la tragedia e la farsa. Quella mostrata da don Minutella costituisce una rappresentazione della spiritualità che non può non disturbare chi concepisce l’esperienza cristiana, anche quella mistica, come una cosa seria, da vivere con umile rispetto, e non come l’occasione di una proposizione di sé in modo del tutto autoreferenziale. Una rappresentazione il cui solo senso, alla fine, è che Minutella è il nuovo papa (Benedetto XVI, da lui invocato, non è mai parso disponibile a prestarsi a questi giochetti), garantito dalla Madonna e da padre Pio. Anche ripensando ai casi più noti di esperienze mistiche, in ciascuno di essi al centro era posto il messaggio e non il messaggero, cosa che costituisce una differenza vitale e inquietante: a prescindere dal contenuto specifico dell’annuncio, già questo è più che sufficiente per gettare un’inquietante ombra sulla pretesa di don Minutella di parlare a nome dei santi e di Dio. La ragione, la fede, la tradizione, sono tutti concordi nel prendere le distanze da questa rappresentazione. Ma, accanto alla farsa, c’è la tragedia. Essa è rappresentata dal seguito che Minutella ha avuto fin dall’inizio e che continua a crescere. Hanno cominciato i suoi parrocchiani che, quando il vescovo Lorefice, esauriti tutti gli altri mezzi, si è risolto a sollevarlo dall’incarico di parroco, hanno fatto un sit-in impedendo al successore di entrare in chiesa. Il tutto, recitando il rosario (abbiamo già visto altri sventolare il rosario per affermare la propria fedeltà al vangelo).Ma, attraverso i social, che sono il territorio ideale su cui il populismo lancia e vince le sue battaglie – e Radio Domina Nostra, Minutella ha continuato la sua battaglia a livello nazionale, arrivando a tenere a Verona, il 9 giugno scorso, un convegno a cui hanno partecipato più di mille persone, a cui era stato chiesto espressamente di «portare con sé il rosario» e di confessarsi il giorno prima. Ordine del giorno dell’incontro: consacrazione al cuore immacolato di Maria. Così da essere pronti alla battaglia contro le forze massoniche impegnate a destabilizzare il mondo e la Chiesa.Parlavo di tragedia. Perché il populismo, con la sua ingenua arroganza, con il suo stile aggressivo, con le sue bufale, può attecchire, in campo ecclesiale come in campo politico, solo per un vuoto precedente: di idee, di maturità umana e spirituale, di sane esperienze comunitarie. In questo senso esso va visto come un sintomo e un monito, di cui non solo la società, ma anche la Chiesa devono saper prendere umilmente atto.Vale per la seconda ciò che abbiamo più volte ripetuto per la prima: è urgente un risveglio culturale che dia di nuovo senso e spessore a istituzioni e comportamenti invecchiati in una stanca abitudine. È urgente – nel caso della Chiesa – un profondo rinnovamento pastorale, capace di rivalutare il ruolo della consapevolezza intellettuale e, al tempo stesso, le risorse del sentimento, andando al di là di un piatto ritualismo. Non certo per rispondere a don Minutella, che onestamente non lo merita, ma per evitare che le attese degli uomini e delle donne del nostro tempo si smarriscano in una parodia di risveglio evangelico.

IL PERDONO D'ASSISI

Dalle ore 12 del 1 agosto fino alla mezzanotte del 2 agosto l'indulgenza plenaria ,concessa a tutti i pellegrini che in qualunque giorno dell'anno si recano presso la Porziuncola della Chiesa di Santa Maria di Assisi,sarà estesa a tutte le chiese francescane e parrocchiali sparse nel mondo.

 

POLONIA SETTEMBRE 2018

Locandina

LO STATO SOPRA TUTTO

Al padre e alla madre di Alfie non è permesso di portare via il bimbo.
Ogni genitore deve poter essere certo che sia stato fatto tutto, ogni genitore deve vedere il suo bambino morire solo dopo che ogni strada è stata tentata. A questi due genitori non è permesso.Il piccolo corre il rischio di morire se lascia l’ospedale, quindi meglio che muoia in ospedale senza rischi.Il giorno successivo al blitz tentato dal padre, Alfie non ha avuto diritto alla presenza della madre per un giorno.La madre è un cittadino britannico, ed è incensurata, non è una terrorista e non è sospettata di avere un atto terroristico tra i suoi progetti.Eppure uno stato separa una madre dal suo bimbo malato.E ora vengono dei dubbi sul perché si siano rassegnati i genitori di Charlie: la paura di essere allontanati?Abbiamo dato tutto in mano allo stato: le cure mediche, la scuola, le pensioni, la sicurezza. Lo stato può tutto. Lo Stato è il nuovo Dio.Giudici e legali dell’ospedale hanno continuato a battere sul “migliore interesse” (best interest) del piccolo Alfie, da far valere anche nei confronti della volontà dei genitori; “migliore interesse” che era già stato stabilito nelle precedenti sentenze. Ma abbiamo idea di cosa significhi stabilire che in determinati casi il “miglior interesse” di una persona sia di essere messo a morte? Quale concezione della vita si nasconde dietro una affermazione del genere? Tom, il papà di Alfie, ha fatto una affermazione: «Lo Stato non è proprietario di mio figlio» che nella sua semplicità esprime perfettamente il dramma del momento attuale. Lo Stato moderno pretende di avere diritto di vita e di morte su ciascuno dei suoi sudditi. Per questo giudici e medici – solerti funzionari dello Stato – hanno dichiarato guerra a Tom e Kate. La loro ostinazione di giovani incoscienti rischia di far inceppare una macchina da guerra.L’avvocato degli Evans non poteva rimettere in discussione la questione del “miglior interesse”: Essendo già stata oggetto delle sentenze precedenti rilanciare il tema sarebbe stato oltraggio alla Corte. Ha cercato dunque altre strade e si è appellato alla “libertà di movimento”, un diritto umano fondamentale. Incredibilmente – sebbene in linea con le assurdità precedenti – i giudici hanno negato che Alfie sia in stato di detenzione, tralasciando che la sua stanza è piantonata da diversi poliziotti e molti altri bloccano tutte le uscite dell’ospedale. Con tutti i casi di terrorismo accaduti in Gran Bretagna, è stato comunque una rarità questo spiegamento di forze per non far muovere un bambino di due anni.Ormai il valore assoluto della persona – eredità della civiltà cristiana - sta diventando un ricordo del passato, per lasciare il posto a un totalitarismo violento che schiaccia le singole persone, come nel caso di Alfie in Inghilterra e il caso di Vincent in Francia. Lo aveva ben predetto il Santo Giovanni Paolo II che nella enciclica Veritatis Splendor (1993), dopo aver parlato della caduta del comunismo, afferma: «Si profila oggi un rischio non meno grave per la negazione dei fondamentali diritti della persona umana e per il riassorbimento nella politica della stessa domanda religiosa che abita nel cuore di ogni essere umano: è il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità. Infatti, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».E non si pensi che l’inserimento forzato, e contro il parere dei genitori, della teoria gender nelle scuole di ogni ordine e grado, sia qualcosa di molto diverso.La vicenda del piccolo Alfie ci aiuti almeno a prendere coscienza di quanto sta accadendo per fermare questa barbarie.

 

DOMENICA 18 MARZO 2018

LA VITA COME UN CHICCO DI GRANO

Vogliamo vedere Gesù. Grande domanda dei cercatori di sempre, domanda che è mia. La risposta di Gesù dona occhi profondi: se volete capire me, guardate il chicco di grano; se volete vedermi, guardate la croce. Il chicco di grano e la croce, sintesi umile e vitale di Gesù. Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Una frase difficile e anche pericolosa se capita male, perché può legittimare una visione doloristica e infelice della religione. Un verbo balza subito in evidenza per la sua presa emotiva: se non muore, se muore. E pare oscurare tutto il resto, ma è il miraggio ingannevole di una lettura superficiale. Lo scopo verso cui la frase converge è “produrre”: il chicco produce molto frutto. L’accento non è sulla morte, ma sulla vita. Gloria di Dio non è il morire, ma il molto frutto buono. Osserviamo un granello di frumento, un qualsiasi seme: sembra un guscio secco, spento e inerte, in realtà è una piccola bomba di vita. Caduto in terra, il seme non marcisce e non muore, sono metafore allusive. Nella terra non sopraggiunge la morte del seme, ma un lavorio infaticabile e meraviglioso, è il dono di sé: il chicco offre al germe (ma seme e germe non sono due cose diverse, sono la stessa cosa) il suo nutrimento, come una madre offre al bimbo il suo seno. E quando il chicco ha dato tutto, il germe si lancia verso il basso con le radici e poi verso l’alto con la punta fragile e potentissima delle sue foglioline. Allora sì che il chicco muore, ma nel senso che la vita non gli è tolta ma trasformata in una forma di vita più evoluta e potente. La seconda immagine dell’auto-presentazione di Gesù è la croce: quando sarò innalzato attirerò tutti a me. Io sono cristiano per attrazione, dalla croce erompe una forza di attrazione universale, una forza di gravità celeste: lì è l’immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso. Con che cosa mi attira il Crocifisso? Con i miracoli? Con lo splendore di un corpo piagato? Mi attira con la più grande bellezza, quella dell’amore. Ogni gesto d’amore è sempre bello: bello è chi ami e ti ama, bellissimo è chi, uomo o Dio, ti ama fino all’estremo. Sulla croce l’arte divina di amare si offre alla contemplazione cosmica. «A un Dio umile non ci si abitua mai» (papa Francesco), a questo Dio capovolto che scompiglia le nostre immagini ancestrali, tutti i punti di riferimento con un chicco e una croce, l’umile seme e l’estremo abbassamento: Dio ama racchiudere / il grande nel piccolo: / l’universo nell’atomo / l’albero nel seme / l’uomo nell’embrione / la farfalla nel bruco / l’eternità nell’attimo / l’amore in un cuore / se stesso in noi
ERMES RONCHI

 

 

DOMENICA 4 MARZO 2018

SE MERCANTEGGIAMO CON LUI, DIO CI ROVESCIA IL TAVOLO

Gesù entra nel tempio: ed è come entrare nel centro del tempo e dello spazio, nel fulcro attorno al quale tutto ruota. Ciò che ora Gesù farà e dirà nel luogo più sacro di Israele è di capitale importanza: ne va di Dio stesso. Gesù si prepara una frusta e attraversa la spianata come un torrente impetuoso, travolgendo uomini, animali, tavoli e monete. I tavoli rovesciati, le sedie capovolte, le gabbie portate via mostrano che il capovolgimento portato da Gesù è totale. Vendono buoi per i ricchi e colombe per i sacrifici dei poveri. Gesù rovescia tutto: è finito il tempo del sangue per dare lode a Dio. Come avevano gridato invano i profeti: io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la loro carne; misericordia io voglio e non sacrifici (Os 6,6). Gesù abolisce, con il suo, ogni altro sacrificio; il sacrificio di Dio all’uomo prende il posto dei tanti sacrifici dell’uomo a Dio. Gettò a terra il denaro, il dio denaro, l’idolo mammona, vessillo innalzato sopra ogni cosa, installato nel tempio come un re sul trono, l’eterno vitello d’oro è sparso a terra, smascherata la sua illusione E ai venditori di colombe disse: non fate della casa del Padre, una casa di mercato.Dio è diventato oggetto di compravendita. I furbi lo usano per guadagnarci, i devoti per guadagnarselo. Dare e avere, vendere e comprare sono modi che offendono l’amore. L’amore non si compra, non si mendica, non si impone, non si finge. Non adoperare con Dio la legge scadente del baratto dove tu dai qualcosa a Dio perché lui dia qualcosa a te. Come quando pensiamo che andando in chiesa, compiuto un rito, accesa una candela, detta quella preghiera, fatta quell’ offerta, abbiamo assolto il nostro dovere, abbiamo dato e possiamo attenderci qualche favore in cambio. Così siamo solo dei cambiamonete, e Gesù ci rovescia il tavolo. Se crediamo di coinvolgere Dio in un gioco mercantile, dobbiamo cambiare mentalità: Dio non si compra ed è di tutti. Non si compra neanche a prezzo della moneta più pura. Dio è amore, chi lo vuole pagare va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta. «Quando i profeti parlavano di prostituzione nel tempio, intendevano questo culto, tanto pio quanto offensivo di Dio» (S. Fausti): io ti do preghiere e offerte, tu mi dai lunga vita, fortuna e salute. Casa del Padre, sua tenda non è solo l’edificio del tempio: non fate mercato della religione e della fede, ma non fate mercato dell’uomo, della vita, dei poveri, di madre terra. Ogni corpo d’uomo e di donna è divino tempio: fragile, bellissimo e infinito. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita. Perché con un bacio Dio le ha trasmesso il suo respiro eterno. ERMES RONCHI

Dalle Omelie di San Giovanni Crisostomo

Credete! Anche ora vi è quella stessa cena alla quale Gesù prese parte.
Non c’è nessuna differenza tra questa e quella. Non si può dire neppure che questa sia
celebrata da un uomo, quella da Gesù stesso, ma sia l’una che l’altra sono
celebrate da Gesù. Quando vedi che il prete ti dà l’Eucaristia non pensare che a

far questo sia il prete, ma pensa che è la mano di Cristo che è tesa verso di te.
Colui che ha fatto il dono più grande, cioè ha dato se stesso, a maggior ragione
non disdegnerà di darti il suo corpo. Ascoltiamo con attenzione di che cosa siamo
stati resi degni. Ascoltiamo e rabbrividiamo.Il Signore ci ha concesso di saziarci
della sua santa carne, ci ha offerto se stesso immolato. Quale giustificazione
troveremo se, nutriti dell’agnello, diventiamo come lupi; se, saziati della pecora,
deprediamo come leoni? Questo sacramento è un sacramento di pace, non
permette di contendere per il possesso delle ricchezze. Quale giustificazione
avremo se, per curare i nostri beni, trascuriamo la nostra anima per la quale Gesù
non ha risparmiato se stesso? Non vergognarti dunque della croce! Queste sono
le nostre cose sacre, questi i nostri misteri; con questo dono ci adorniamo, di esso
ci fregiamo e ci gloriamo.