Venerdì, 19 Apr 2019
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Settimana  Santa 2019

Pieve di Cadore-Pozzale-Sottocastello

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Veglia Pasquale 2019


Pieve di Cadore

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Via Crucis per i Giovani

con il vescovo Renato

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Domenica 20 Gennaio 2019

CANA, I NOSTRI CUORI COME ANFORE DA RIEMPIRE

C'è una festa grande, in una casa di Cana di Galilea: le porte sono aperte, come si usa,
il cortile è pieno di gente, gli invitati sembrano non bastare mai alla voglia della giovane
coppia di condividere la festa, in quella notte di fiaccole accese, di canti e di balli.
C'è accoglienza cordiale perfino per tutta la variopinta carovana che si era messa a
seguire Gesù, salendo dai villaggi del lago. Il Vangelo di Cana coglie Gesù nelle trame
festose di un pranzo nuziale, in mezzo alla gente, mentre canta, ride, balla, mangia e beve,
lontano dai nostri falsi ascetismi. Non nel deserto, non nel Sinai, non sul monte Sion,
Dio si è fatto trovare a tavola. La bella notizia è che Dio si allea con la gioia delle sue
creature, con il vitale e semplice piacere di esistere e di amare: Cana è il suo atto di fede
nell'amore umano. Lui crede nell'amore, lo benedice, lo sostiene. Ci crede al punto di farne
il caposaldo, il luogo originario e privilegiato della sua evangelizzazione.
Gesù inizia a raccontare la fede come si racconterebbe una storia d'amore, una storia che
ha sempre fame di eternità e di assoluto. Il cuore, secondo un detto antico, è la porta degli dei.
Anche Maria partecipa alla festa, conversa, mangia, ride, gusta il vino, danza, ma insieme
osserva ciò che accade attorno a lei. Il suo osservare attento e discreto le permette di
vedere ciò che nessuno vede e cioè che il vino è terminato, punto di svolta del racconto:
(le feste di nozze nell'Antico Testamento duravano in media sette giorni, cfr. Tb 11,20,
ma anche di più). Non è il pane che viene a mancare, non il necessario alla vita, ma il
vino, che non è indispensabile, un di più inutile a tutto, eccetto che alla festa o alla qualità
della vita. Ma il vino è, in tutta la Bibbia, il simbolo dell'amore felice tra uomo e donna
tra uomo e Dio. Felice e sempre minacciato. Non hanno più vino, esperienza che tutti
abbiamo fatto, quando ci assalgono mille dubbi,e gli amori sono senza gioia, le case senza
festa, la fede senza slancio. Maria indica

la strada: qualunque cosa vi dica, fatela. Fate ciò che dice, fate il suo Vangelo, rendetelo
gesto e corpo,sangue e carne. E si riempiranno le anfore vuote del cuore. E si trasformerà
la vita, da vuota a piena, da spenta a felice. Più Vangelo è uguale a più vita. Più Dio equivale
a più io. Il Dio in cui credo è il Dio delle nozze di Cana, il Dio della festa, del gioioso
amore danzante; un Dio felice che sta dalla parte del vino migliore, del profumo di nardo
prezioso, che sta dalla parte della gioia,
che soccorre i poveri di pane e i poveri di amore. Un Dio felice, che si prende cura dell'umile
e potente piacere di vivere. Anche credere in Dio è una festa, anche l'incontro con Dio
genera vita, porta fioriture di coraggio, una primavera ripetuta. ERMES RONCHI

 


 

 


BUON NATALE 2018

 

 


 

 

 

Lettera del Vescovo

Alle Comunità cristiane della Diocesi

Ai Cittadini della provincia di Belluno

Incoraggiamento e gratitudine in questi giorni difficili
Sì, è stato davvero incredibile quello che si è scatenato in particolare nel pomeriggio e sera di lunedì scorso
continua a leggere

 




Come conservare la fede quando

la Chiesa è colpita da gravi scandali

lettura e meditazione importante link



La lettera del giorno: "Caro Monsignor Viganò, ecco il pensiero di un parroco sardo"

Pubblichiamo oggi la lettera aperta di don Francesco Murana, Parroco di Milis, a monsignor Carlo Maria Viganò.

"Egregia Eminenza,

le scrivo dalle pagine di un giornale "di periferia"; quelle periferie tanto amate sia dal Signore (cresciuto a Nazareth, al suo tempo paesino di montagna) sia dall'attuale Pontefice, Papa Francesco.

Chi le scrive è un prete che ha studiato a Roma e che ha avuto molte possibilità di trovare uno spazio "comodo e adeguato" per imboscarsi in uno dei tanti uffici e dicasteri che l'enorme apparato della Curia Romana offre.

Ma ho scelto, già dal 1986, di andare nelle periferie della Sardegna, tagliandomi così le gambe ad ogni possibile "carriera".

Se il Signore vuole altro da me, inventerà Lui le strade perché io faccia altro e altrove.

In questi anni che sono trascorsi (32!) ho visto accadere di tutto dentro il clero. Sono rimasto fermo e zitto al mio posto cercando di dare. Ho gioito e gioisco perché abbiamo un Papa come Francesco.

È veramente umano e non è ipocrita (in senso greco! Non è attore, non recita il ruolo). È se stesso e - per quanto è sincero - talvolta scivola in linguaggi da parroco e - visto che io parroco lo sono - mi sento meno solo.

Lo sento vicino.

Invece, a Lei, la sento lontano.

A parte che dovrebbe accontentarsi di essere arrivato a settantasette anni e di aver fatto una vita più che comoda e riverita... Le chiedo: cosa vuole ancora? Io sono prete di campagna per scelta, ma crede davvero che non sia capace di vedere nelle sue accuse a Papa Francesco altri motivi ed altre intenzioni?

Lei accusa Papa Francesco di silenzio.

Ma si rende conto che Lei può essere accusato della stessa accusa, visto che si sveglia dopo cinque anni? Visto che ha dormito per cinque anni, nelle prossime undici pagine ci racconta di cosa ha sognato? Si vergogni.

Davanti a tutti noi preti che sputiamo sangue ogni giorno, in solitudine: voi giocate a fare i prelati, serviti e riveriti in tutto.

Così viziati di potere che non vedete altro, corrosi di gelosia per il troppo tempo a disposizione, mai sazi del ricevuto e sempre a guardare "i posti che contano" occupati dagli altri.

Son sicuro che Papa Francesco è capace di friggere un uovo e lavarsi i calzini da solo.

Di Lei no; di Lei ho solo la certezza che pur di cavalcare un suo capriccio fatto "per il bene della Chiesa" è capace di rivangare letame altrui.

Io sono nella Chiesa: cosa ha fatto Lei di bene per me e per i parrocchiani con cui vivo? Niente. In lingua sarda, Lei è un "imboddiosu": uno che prende una matassa che non è sua e fa nodi al filo; costringendo così la filatrice a perdere tempo nello scioglierli per continuare a tessere...

Il lavoro andrà avanti, ma avremo perso tempo grazie all'imboddiosu di turno.

Grazie a Lei abbiamo perso - per l'ennesima volta - faccia e tempo.

Guardando Lei mi voglio altro e altrove".

Don Francesco Murana, Parroco di Milis, Diocesi di Oristano

 

Testo da  http://www.unionesarda.it/articolo/caraunione/2018/08/29/la-lettera-del-giorno-caro-monsignor-vigan-ecco-il-pensiero-di-un-127-764296.html

Lettura del Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo 24,42-51
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà. 
Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! In verità vi dico: gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni. 
Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l’aspetta e nell’ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti”.
3) Riflessione
• Il vangelo di oggi parla della venuta del Signore alla fine dei tempi e ci esorta alla vigilanza. All’epoca dei primi cristiani, molte persone pensavano che la fine di questo mondo era vicina e che Gesù sarebbe ritornato dopo. Oggi molte persone pensano che la fine del mondo è vicina. Per questo, è bene riflettere sul significato della vigilanza.
• Matteo 24,42: Vigilanza. “Quindi, vegliate! Perché non sapete quando il Signore vostro verrà”. Riguardo al giorno e all’ora della fine del mondo, Gesù aveva detto: "Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre!" (Mc 13,32). Oggi, molta gente vive preoccupata pensando alla fine del mondo. Per le strade delle città, hai visto scritto sui muri: Gesù ritornerà! E come sarà questa venuta? Dopo l’anno 1000, appoggiandosi all’Apocalisse di Giovanni, la gente cominciò a dire (Apoc 20,7): “1000 anni sono passati, ma 2000 anni non passeranno!” Per questo, nella misura in cui si avvicinava l’anno 2000, molti erano preoccupati. C’era perfino gente che, angosciata con la prossimità della fine del mondo, giunse a commettere il suicidio. Altri, leggendo l’Apocalisse di Giovanni, giunsero a predire l’ora esatta della fine. Ma l’anno 2000 passò e nulla avvenne. La fine del mondo non giunse! Molte volte, l’affermazione “Gesù ritornerà” viene usata per fare paura alla gente ed obbligarla a frequentare una determinata chiesa! Altri, di tanto sperare e speculare attorno alla venuta di Gesù, non si rendono più conto della sua presenza in mezzo a noi, nelle cose più comuni della vita, nei fatti di ogni giorno.
• La stessa problematica c’era nelle comunità cristiane dei primi secoli. Molte persone delle comunità dicevano che la fine di questo mondo era vicina e che Gesù sarebbe ritornato. Alcuni della comunità di Tessalonica in Grecia, appoggiandosi alla predicazione di Paolo, dicevano: “Gesù ritornerà!” (1 Tes 4,13-18; 2 Tes 2,2). Per questo, c’erano perfino persone che non lavoravano più, perché pensavano che la venuta fosse cosa di pochi giorni e settimane “Lavorare, perché, se Gesù ritornerà dopo?” (cf 2Ts 3,11). Paolo risponde che non era così semplice come loro immaginavano. E a coloro che avevano smesso di lavorare diceva: “Chi non vuole lavorare, non ha diritto di mangiare!” Altri rimanevano a guardare il cielo, aspettando il ritorno di Gesù sulle nuvole (cf At 1,11). Altri si ribellavano perché ritardava la sua venuta (2Pd 3,4-9). In generale i cristiani vivevano nell’aspettativa della venuta imminente di Gesù. Gesù veniva a realizzare il Giudizio Finale per terminare con la storia ingiusta di questo mondo ed inaugurare la nuova fase della storia, la fase definitiva del Nuovo Cielo e della Nuova Terra. Pensavano che questo sarebbe avvenuto dopo una o due generazioni. Molte persone sarebbero state ancora vive quando Gesù fosse apparso di nuovo, glorioso nel cielo (1Ts 4,16-17; Mc 9,1). Altri, stanchi di aspettare, dicevano: “Non tornerà mai! (2 Pd 3,4).
• Fino ad oggi la venuta di Gesù ancora non è avvenuta! Come capire questo ritardo? Perché non ci rendiamo conto che Gesù è già tornato e che vive in mezzo a noi: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo." (Mt 28,20). Lui è già al nostro fianco, nella lotta a favore della giustizia, della pace, della vita. La pienezza non è ancora giunta, ma una garanzia del Regno è già in mezzo a noi. Per questo, aspettiamo con ferma speranza la liberazione piena dell’umanità e della natura (Rm 8,22-25). E mentre speriamo e lottiamo, diciamo con certezza: “Già sta in mezzo a noi!” (Mt 25,40).
• Matteo 24,43-51: L’esempio del padrone di casa e dei suoi servi. “Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa”. Gesù lo dice chiaramente. Nessuno sa nulla rispetto all’ora: "Quanto a questo giorno e a questa ora, nessuno sa nulla, né gli angeli, né il Figlio, ma solamente il Padre!" Ciò che importa non è sapere l’ora della fine di questo mondo, bensì avere uno sguardo capace di percepire la venuta di Gesù già presente in mezzo a noi nella persona del povero (cf Mt 25,40) e in tanti altri modi ed avvenimenti della vita di ogni giorno. Ciò che importa è aprire gli occhi ed aver presente l’impegno del buon servo di cui Gesù parla nella parabola.
Da http://ocarm.org/it/content/lectio/lectio-divina-matteo-2442-51

 

Il caso Minutella: il populismo dentro la Chiesa

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo.

Scrittore ed Editorialista.

Si parla di solito del populismo come di una minaccia per la democrazia. Il caso Minutella dimostra che esso può diventare pericoloso anche per l’istituzione ecclesiastica, riproducendo all’interno della comunità cristiana i processi tipici che lo caratterizzano: pretesa di saltare tutte le mediazioni, disprezzo per le critiche avanzate in nome della ragione e dell’esperienza, sospetto sistematico di malafede nei confronti degli oppositori. Unica differenza, rispetto al populismo politico, che questo ecclesiale non contesta il presente in nome del futuro, ma in nome del passato. In entrambi i casi, però, ciò che viene enfatizzata è l’urgenza del “cambiamento” rispetto all’esistente. Di questo fenomeno ci sono naturalmente altri esempi nella storia della Chiesa (come in quella della società civile). Oggi esso si incarna nel movimento a cui ha dato origine qualche anno fa un sacerdote palermitano, poco più che quarantenne, don Alessandro Minutella. Parroco della chiesa di San Giovanni Bosco, a Romagnolo, alla periferia di Palermo, il sacerdote ha assunto una posizione di drastica rottura con la Chiesa istituzionale, entro cui pure si inseriva e da cui riceveva la sua autorità spirituale (il parroco esiste perché esiste il vescovo, di cui egli è un collaboratore, nel quadro della Chiesa universale governata dal papa). Don Minutella non ha solo delle riserve sul mons. Lorefice, arcivescovo di Palermo, e su papa Francesco: li considera eretici e indegni di esercitare il loro ruolo di pastori. In realtà è tutta la gerarchia ecclesiastica che, secondo lui rappresenta una «falsa Chiesa», con l’unica eccezione di papa Benedetto XVI, le cui dimissioni egli sostiene essere state il frutto di un complotto della massoneria, con lo scopo di instaurare quel «falso papa» che è Bergoglio. L’accusa è motivata in primo luogo dalla linea di apertura che il magistero attuale ha assunto nei confronti dei protestanti, dei seguaci di altre religioni, dei gay, dei separati risposati, insomma di tutti coloro che un tempo venivano considerati “fuori” della comunità ecclesiale suoi nemici, e verso cui invece la Chiesa oggi assume un atteggiamento di dialogo e di apertura. Il documento più spesso citato come esempio di questa abdicazione alla «sana dottrina» è l’Amoris Laetitia. Più in generale, secondo don Minutella, è la pastorale attuale nel suo complesso ad essere viziata da un sistematico misconoscimento della spiritualità tradizionale. Papa, vescovi, preti, oggi, sono autori di una grande «impostura», che trascina alla perdizione i loro fedeli.Il vescovo Lorefice, sia per temperamento che per convinzione poco incline alle misure repressive, ha cercato per prima cosa un dialogo costruttivo, invitando il suo sacerdote a insistere soprattutto sul giusto richiamo alla preghiera e al senso del sacro, lasciando cadere l’accusa di eresia e di corruzione verso i suoi superiori e i suoi confratelli. Lo sforzo di intesa però è fallito, perché don Minutella ritiene di avere la missione di denunciare l’«impostura» di cui la «falsa Chiesa» oggi sarebbe l’emblema. Nella vicenda di padre Minutella vi è, tuttavia, qualcosa di più inquietante di queste accuse. È la sua pretesa di avere esperienze mistiche straordinarie che gli consentono non solo di parlare a nome della Madonna e di padre Pio, ma di identificarsi con loro. Ho visto personalmente un video ( https: //www.youtube.com/watch?v=NpMyNumevoo ), in cui il prete contestatore parla ai suoi seguaci. «Io sono padre Pio», dice. E lo ripete altre due volte, con forza: «Io sono padre Pio». Su questa premessa, dopo una serie di considerazioni riguardanti la situazione disastrosa del mondo e della Chiesa di oggi, prosegue parlando, in terza persona, di se stesso come di un «povero confratello» che padre Pio raccomanda ai fedeli di accogliere e di sostenere nella sua battaglia contro i massoni. A un certo punto chi parla (sempre Minutella, ma nella identità di padre Pio) dice ai fedeli: «Adesso io vado, perché sta arrivando la Madonna. Al posto vostro mi metterei in ginocchio». Si vedono i fedeli inginocchiarsi e lui comincia a parlare in falsetto, imitando (per la verità a fatica) una voce femminile, che sarebbe, appunto quella di Maria. Ella supplica il suo Figlio di non punire il mondo come meriterebbe, dato il dilagare dei peccati, e di proteggere, dice, «questo povero mio figlio», questo «mio martire» (che è sempre lo stesso Minutella). «Attraverso lui», afferma la Madonna/Minutella, «Dio ha deciso di rivolgersi a tutti voi» e per questo «i massoni si accaniranno contro di lui» e «sarà perseguitato». E conclude: «Vi benedico insieme a padre Pio che mi ha accompagnato». Che dire? Siamo davanti a una scena che richiama un binomio da me evocato, in altri “chiaroscuri” a proposito del populismo in campo politico: la tragedia e la farsa. Quella mostrata da don Minutella costituisce una rappresentazione della spiritualità che non può non disturbare chi concepisce l’esperienza cristiana, anche quella mistica, come una cosa seria, da vivere con umile rispetto, e non come l’occasione di una proposizione di sé in modo del tutto autoreferenziale. Una rappresentazione il cui solo senso, alla fine, è che Minutella è il nuovo papa (Benedetto XVI, da lui invocato, non è mai parso disponibile a prestarsi a questi giochetti), garantito dalla Madonna e da padre Pio. Anche ripensando ai casi più noti di esperienze mistiche, in ciascuno di essi al centro era posto il messaggio e non il messaggero, cosa che costituisce una differenza vitale e inquietante: a prescindere dal contenuto specifico dell’annuncio, già questo è più che sufficiente per gettare un’inquietante ombra sulla pretesa di don Minutella di parlare a nome dei santi e di Dio. La ragione, la fede, la tradizione, sono tutti concordi nel prendere le distanze da questa rappresentazione. Ma, accanto alla farsa, c’è la tragedia. Essa è rappresentata dal seguito che Minutella ha avuto fin dall’inizio e che continua a crescere. Hanno cominciato i suoi parrocchiani che, quando il vescovo Lorefice, esauriti tutti gli altri mezzi, si è risolto a sollevarlo dall’incarico di parroco, hanno fatto un sit-in impedendo al successore di entrare in chiesa. Il tutto, recitando il rosario (abbiamo già visto altri sventolare il rosario per affermare la propria fedeltà al vangelo).Ma, attraverso i social, che sono il territorio ideale su cui il populismo lancia e vince le sue battaglie – e Radio Domina Nostra, Minutella ha continuato la sua battaglia a livello nazionale, arrivando a tenere a Verona, il 9 giugno scorso, un convegno a cui hanno partecipato più di mille persone, a cui era stato chiesto espressamente di «portare con sé il rosario» e di confessarsi il giorno prima. Ordine del giorno dell’incontro: consacrazione al cuore immacolato di Maria. Così da essere pronti alla battaglia contro le forze massoniche impegnate a destabilizzare il mondo e la Chiesa.Parlavo di tragedia. Perché il populismo, con la sua ingenua arroganza, con il suo stile aggressivo, con le sue bufale, può attecchire, in campo ecclesiale come in campo politico, solo per un vuoto precedente: di idee, di maturità umana e spirituale, di sane esperienze comunitarie. In questo senso esso va visto come un sintomo e un monito, di cui non solo la società, ma anche la Chiesa devono saper prendere umilmente atto.Vale per la seconda ciò che abbiamo più volte ripetuto per la prima: è urgente un risveglio culturale che dia di nuovo senso e spessore a istituzioni e comportamenti invecchiati in una stanca abitudine. È urgente – nel caso della Chiesa – un profondo rinnovamento pastorale, capace di rivalutare il ruolo della consapevolezza intellettuale e, al tempo stesso, le risorse del sentimento, andando al di là di un piatto ritualismo. Non certo per rispondere a don Minutella, che onestamente non lo merita, ma per evitare che le attese degli uomini e delle donne del nostro tempo si smarriscano in una parodia di risveglio evangelico.